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      Quelle subivano la sua stretta quasi inerti e finì che egli le accarezzò, le baciò e non le strinse più.
      Le chiese scusa; non s'era spiegato bene e, coraggiosamente ripeté con altre parole quello che già aveva detto. Ella non rilevò la nuova offesa, ma conservò per qualche tempo un tono risentito: – Non voglio ch'ella creda che per me sarebbe stato lo stesso di venir avvicinata da uno o l'altro di quei due signori. A loro non avrei permesso di parlarmi. – Al loro primo incontro, vagamente avevano ricordato d'essersi visti sulla via un anno prima; egli, dunque – diceva Angiolina – non era per lei il primo venuto. – Io – dichiarò Emilio solennemente, – non volli dire altro se non che io non la meritavo.
      Soltanto allora egli arrivò a comunicarle gl'insegnamenti che dovevano esserle tanto utili. La trovava troppo disinteressata e la compianse. Una ragazza della sua condizione doveva badare al proprio interesse. Che cosa era l'onestà a questo mondo? L'interesse! Le donne oneste erano quelle che sapevano trovare l'acquirente al prezzo più alto, erano quelle che non consentivano all'amore che quando ci trovavano il loro tornaconto. Dicendo queste parole egli si sentì l'uomo immorale superiore che vede e vuole le cose come sono. La potente macchina da pensiero ch'egli si riteneva, era uscita dalla sua inerzia. Un'onda d'orgoglio gli gonfiò il petto.
      Essa poi pendeva sorpresa e attenta dalle sue labbra. Parve ella credesse che donna onesta e donna ricca fossero la stessa cosa. – Ah! le superbe signore son dunque fatte così? – Poi, vedendolo sorpreso, negò d'aver voluto dire questo, ma se egli fosse stato l'osservatore che credeva, si sarebbe accorto che ella non capiva più il ragionamento che poco prima l'aveva tanto sorpresa.


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Senilità
di Italo Svevo (Ettore Schmitz)
pagine 258

   





Angiolina Emilio