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      Egli ripeté e commentò le idee già espresse: la donna onesta sa valere molto; è quello il suo segreto. Bisogna essere onesta o almeno parere. Era già male che il Sorniani potesse parlare leggermente di lei, malissimo ch'ella dichiarasse di voler bene al Leardi, – e qui sfogò la sua gelosia, – quel donnaiuolo compromettente quant'altri mai. Era meglio fare del male che aver l'aria di farlo.
      Subito ella dimenticò le idee generali che egli aveva esposte per difendersi vigorosamente da quegli attacchi. Il Sorniani non poteva sparlare di lei, e il Leardi, poi, era un ragazzo non compromettente affatto.
      Per quella sera l'istruzione finì lì, perché egli pensò che quella medicina così potente dovesse venir propinata a piccole dosi. A lui pareva inoltre d'aver portato già un grande sacrificio rinunziando per qualche istante all'amore.
      Per una sentimentalità da letterato il nome di Angiolina non gli piaceva. La chiamò Lina; poi, non bastandogli questo vezzeggiativo, le appioppò il nome francese, Angèle e molto spesso lo ingentilì e lo abbreviò in Ange. Le insegnò a dirgli in francese che lo amava. Saputo il senso di quelle parole, ella non volle ridirle, ma al prossimo appuntamento le disse senz'essere invitata: Sce tèm bocù.
      Egli non si meravigliava affatto d'esser giunto tanto oltre così presto. Corrispondeva proprio al suo desiderio. Certo ella lo aveva trovato tanto ragionevole che le sembrava di poter fidarsi di lui, e infatti per lungo tempo, ella non ebbe neppur l'occasione di rifiutargli qualche cosa.


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Senilità
di Italo Svevo (Ettore Schmitz)
pagine 258

   





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