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      Qui poi mentiva sfacciatamente perché egli amava altrettanto di vederla mangiare che di vederla ridere. Derideva tutte le debolezze ch'egli specialmente amava in lei. S'era molto commosso un giorno in cui Angiolina, parlando d'una donna molto brutta e molto ricca, era uscita nell'esclamazione: – Ricca? Allora non brutta. – Ci teneva tanto alla bellezza e l'abbassava dinanzi a quell'altra potenza. – Donna volgare – rideva ora col Balli.
      Così, fra il suo modo di parlare col Balli e quello da lui usato con Angiolina, nel Brentani s'erano andati formando addirittura due individui che vivevano tranquilli l'uno accanto all'altro, e ch'egli non si curava di mettere d'accordo. In fondo egli non mentiva né al Balli né ad Angiolina. Non confessando il proprio amore a parole, si sentiva sicuro come lo struzzo che crede d'eludere il cacciatore non guardandolo. Quando invece si trovava con Angiolina, egli si abbandonava tutto al proprio sentimento. Perché avrebbe dovuto diminuirne la forza e la gioia con una resistenza che non aveva alcuna ragione d'essere dove non c era alcun pericolo? Egli amava, non solo desiderava! Sentiva muoversi nell'animo anche qualche cosa che somigliava a un affetto paterno, al vederla così inerme come per loro stessa natura certi disgraziati animali. La mancanza d'intelligenza era una debolezza di più, che chiedeva carezze e protezione.
      S'incontrarono al Campo Marzio proprio allorché ella, adirata di non averlo trovato al posto, stava per andarsene. Era la prima volta ch'egli l'avesse fatta attendere, ma con l'orologio alla mano egli le provò di non aver tardato.


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Senilità
di Italo Svevo (Ettore Schmitz)
pagine 258

   





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