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      Ella aveva inventata quella sua rivale, Vittoria; l'aveva accolta con parole dolci, poi – come il Balli raccontò – fra le due donne s'era svolto un battibecco che al Balli aveva rivelato essere lui il pensiero dominante dell'ammalata. Ora Vittoria ritornava, Amalia la vedeva avvicinarsi e ne aveva orrore. – Io non le dirò nulla! Starò qui zitta, come se ella non ci fosse. Io non voglio niente, dunque mi lasci in pace. – Poi chiamò Emilio ad alta voce. – Tu che sei suo amico, digli tu ch'essa inventa tutto. Io non le feci nulla.
      Il Balli credette di poterla calmare: – Senta, Amalia! Io sono qui e non crederei niente se mi fosse detto del male sul conto suo.
      Ella lo udì e lo considerò lungamente: – Tu Stefano? – Non lo riconobbe: – Glielo dica allora! – Spossata lasciò ricadere la testa sul guanciale e, per l'esperienza fattane, tutti sapevano che, per allora, l'episodio era chiuso.
      La signora Elena, durante quella sosta, spinse la propria sedia verso il tavolo al quale sedevano i due uomini e pregò Emilio, ch'ella vedeva affranto, di andare a coricarsi. Egli rifiutò, ma queste parole avviarono fra i tre infermieri una conversazione che riuscì, per qualche istante, a distrarli.
      La signora Chierici, cui il Balli con la sua indiscreta curiosità aveva fatte delle domande, raccontò che quando Emilio s'era imbattuto in lei, ella stava andando a messa. Ora – disse – le pareva d'essere in chiesa dalla mattina e provava il medesimo alleggerimento di coscienza di chi ha pregato con fervore.


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Senilità
di Italo Svevo (Ettore Schmitz)
pagine 258

   





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