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      Non v'era che una via per uscire da tale situazione. Poteva essere lui il primo a ritirarsi e almeno, per quanto addolorato di dover fare una tale rinunzia, avrebbe potuto ripensare a tutta l'avventura senz'arrossire, senza sentirsene offeso. Neppure interrotta così però, il ricordo ne sarebbe stato piacevole. La durezza e la vanità di Annetta che gli sembrava di avere scoperte allora allora non avrebbe mai saputo dimenticare. Era stata dura l'esperienza ch'egli aveva fatta e gli sarebbe servita per tutta la vita. Voleva ora ritornare alle sue abitudini da puritano, a quell'ideale di lavoro e di solitudine che nessuno gli contendeva. Quella era la felicità. L'abitudine e la regolarità gliela dovevano dare.
      Ma quando si trovò con Annetta, quando ella gli strinse la mano affettuosamente, col medesimo dolce sorriso con cui lo aveva congedato pochi giorni prima, come se nulla nel frattempo fosse avvenuto da poter turbare i loro buoni rapporti, egli dimenticò questi propositi. Poteva uscire da quella situazione, ora lo comprendeva, anche altrimenti che abbandonando il giuoco. Altro rammarico non sentiva che di non saper dire prontamente tutto ciò che nei giorni precedenti aveva supposto e sospettato per provocare una spiegazione che poteva bensì togliergli l'amicizia di Annetta, ma forse anche raffermarla, migliorarla, svelarglisi quale amore. Intanto, per timidezza, al suo volto non lasciò esprimere che tranquillità e cordialità.
      Erano nel tinello e soli perché Francesca era indisposta.


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Una vita
di Italo Svevo
pagine 444

   





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