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      — Giacché lei c'è qui posso ritornare in orto. Se avessero bisogno di me basta che picchino alla finestra, — disse Giuseppina e uscì.
      — È l'infermiera? — chiese Alfonso. — E di solito ti lascia così sola come ti ho trovata poc'anzi?
      La madre gli spiegò che l'aveva presa in casa da un mese anche perché la rimpiazzasse in quei piccoli lavori ai quali pur era d'uopo provvedere.
      — Così la tolsi alla più squallida miseria. Mi pareva tanto buona e attenta!
      Egli rilevò quell'imperfetto che accennava ad un presente in cui l'opinione su Giuseppina doveva essersi mutata, ed era tanto evidente che attorno a sua madre regnava un'incuria e un'indifferenza grande, sproporzionatamente alla gravità del male di cui moriva, che, incapace di frenarsi, egli scoppiò in singhiozzi.
      Ella comprese perché piangesse, e, avendo immediatamente le lagrime agli occhi anch'essa, lo abbracciò stretto per ringraziarlo della manifestazione d'affetto a cui doveva essere poco abituata.
      — Adesso ci sei tu e non ho bisogno d'altri.
      Per tranquillarla volle indicare tutt'altra ragione allo scoppio del suo dolore e si lamentò che non lo si fosse avvisato prima perché egli avrebbe portato con sé qualche bravo medico della città il quale l'avrebbe fatta guarire prima e le avrebbe risparmiato molte sofferenze. Ma le sue parole non riuscirono che a commoverla maggiormente. Piangeva e il povero corpo a mezzo inanimato rimaneva immobile come inchiodato; la sola testa si piegava sul guanciale per avvicinarsi a lui.
      Spaventato della commozione in cui l'aveva gettata, le assicurò che ben presto, con l'aiuto del medico che voleva chiamare quel giorno stesso, sarebbe guarita.


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Una vita
di Italo Svevo
pagine 444

   





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