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      — La maggiore consolazione nella mia sventura si è di saper sventurato voi pure.
      Lo lasciò con queste parole ed egli non cercò di trattenerla. Sarebbe stato inutile chiederle di qualunque altra cosa che non fosse stata quella che la preoccupava. Come mai avrebbe ella potuto avere il tempo di spiegargli quali intenzioni avessero i Maller in suo riguardo e quale contegno da lui esigessero? Non era venuta con l'intenzione di apportargli conforto o calma; con voluttà s'era incaricata di un'ambasciata di Annetta credendo di addolorarlo e vi aveva aggiunto di suo quanto aveva creduto dovesse rendergliela più dolorosa.
      Eppure questo colloquio gli diede qualche tranquillità. Di tutte le parole di Francesca gli rimaneva soltanto l'impressione delle prime, l'ambasciata di Annetta. Ella mandava a pregarlo di dimenticarla! Dunque voleva che tacesse e nient'altro. Era già quanto bastava per adottare il contegno che da bella prima gli era sembrato il più naturale e quello che poteva in qualche parte rendergli più facile la sua posizione. Non si sarebbe curato né di Annetta né di Macario; scomparivano almeno le inquietudini dategli dalle parole di Miceni.
      Ritornò in città; provava intenso il desiderio di riflettere ancora. Aveva il sentimento disaggradevole di non avere ancora compreso perfettamente la situazione e gli sembrava che ogni nuova parola che udiva ne mutasse perfettamente la fisonomia.
      Nel suo impieguccio egli si trovava bene, — pensava a quella giornata passata tanto aggradevolmente al lavoro — e vi sarebbe rimasto.


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Una vita
di Italo Svevo
pagine 444

   





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