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      Se accordava questo colloquio, egli non ne dubitava, la pregava di portarsi fra le otto e le nove ore della sera del giorno appresso sul primo molo, il più vicino alla via dei Forni. Ebbe poi un accento d'ingenuo rammarico: «Non so più come trattarvi, o Annetta, perché voi forse mi odiate,» e poi d'ironia altrettanto ingenua: «Firmo con nome e cognome perché al nome solo forse non mi riconoscereste.»
      Non dormì ma era cessato quell'avvilimento che più volte gli aveva cacciato le lagrime agli occhi. Ora l'agitazione era di tutt'altra specie e facilmente scoperse che gli era derivata da quelle due frasi più dolci, quasi da innamorato imbizzito dirette ad Annetta. Come aggradevolmente lo molceva il pensiero che il giorno appresso l'avrebbe riveduta! Ecco, un'altra volta dimenticava le faccie nemiche che lo circondavano dinanzi a quel viso che per lui aveva arrossito e impallidito d'amore. Per lui solo, non per Macario; lo sapeva da Macario stesso che aveva negato che su quel volto la passione potesse gettare la sua ombra.
      Non gl'importava più neppure dello scopo per cui chiedeva quel colloquio; il suo desiderio principale era di riabilitarsi agli occhi di lei, farle sentire ch'egli non era l'avventuriere ch'ella supponeva. Non sarebbe perciò tramontato il progetto di matrimonio con Macario, ma nel cuore della donna che aveva amata sarebbe rimasto per lui un sentimento affettuoso di riconoscenza e d'amicizia che a lui sarebbe bastato.
      Andò immaginando le parole che le avrebbe dette.


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Una vita
di Italo Svevo
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