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      Ed era bene che così fosse. Hussein non si mostrava degno del suo posto, piangendo sulla sorte dei vinti. Ogni membro ragguardevole sarà un vero e proprio trionfatore e l'intera razza diverrà più forte e sosterrà facilmente il paragone con gli altri popoli nel conflitto economico. «La via sulla quale vi trovate è la buona e qualunque altra vi è interdetta. Le nostre leggi non sono ancora perfette ed io voglio aiutarvi a renderle più sicure, ma non a mutarle. Invano Hussein vorrebbe ricondurvi alla vita nomade; nessuno lo seguirebbe».
      «E non ci porti altro?» chiese Hussein con mestizia. «L'infelicità di tanta parte di noi è dunque decretata irrevocabilmente?».
      IX
      «Vi porto ancora qualche cosa!» disse l'accorto Achmed. «Vi porto la speranza. Nella tribù si lotterà ancora per lunghi secoli. Essa si trova appena all'inizio della lotta, che diverrà sempre più fiera. Una parte dei vostri simili sarà, senza colpa, condannata a passare la metà della giornata in ambienti malsani, a lavorare in modo da perdervi la salute, l'ingegno, l'anima. Diverranno dei bruti, disprezzati e spregevoli. Per essi non i canti dei vostri poeti, non il giuoco d'idee dei vostri filosofi. Sarà loro tolta ogni cultura che non sia puerile, e neppure potranno vestirsi e nutrirsi da uomini. La sventura attuale dei vostri poveri, obbligati a coltivare le vostre terre, è felicità e ricchezza in confronto alla sorte dei loro discendenti. E soltanto allora la tribù sarà giunta all'altezza dei tempi. Di là soltanto - dunque fra secoli - si vedrà albeggiare una nuova êra.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Hussein Hussein Achmed