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      Ora basterà!
      mi dicevo sentendo che la temperatura era calda abbastanza, e, invece, poco dopo, abbisognando di movimento mi davo di nuovo da fare col carbone, così che poi m'era imposta (grazie al cielo!) una nuova attività: Quella di aprire la finestra eppoi, presto, di rinchiuderla quando l'aria afosa della stanza era tutta uscita a scaldare la montagna, e vi era stata sostituita di colpo da tanta umidità fredda, da obbligarmi ad un'accelerata attività intorno alla stufa. Veramente geniale l'idea di quel dottore!
      Il mio cane da caccia, Argo, mi guardava con curiosità e un po' d'ansietà temendo che la mia irrequietezza non prendesse un'altra direzione. Anche lui sapeva riposare. Era accovacciato sul soffice tappeto sul quale poggiava anche il mento piatto, e l'unica parte irrequieta del suo corpo era l'occhio. Così, certo, guardano le sogliole quando riposano in fondo al mare. E se aprivo la finestra lui s'avvicinava alla stufa e metteva nella stessa posizione il suo lungo corpo dopo di aver girato un po' intorno a se stesso, e allorché la stanza era troppo calda egli emigrava ad un cantuccio lontano dalla stufa. Quando era riuscito a ritrovare la buona posizione emetteva un profondo sospiro. Non disturbava che quando dormiva perché russava - benché fosse ancora giovine - come una vecchia macchina sgangherata. Ebbe dei risvegli bruschi causa qualche calcio che gli allungai; ma dieci minuti dopo si era da capo ed io mi rassegnavo. In complesso quel rumore così eguale non era tanto spiacevole e, se divenivo cattivo, ciò avveniva per pura invidia.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Argo