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      Titì è un essere bizzarro e mi fa impazzire. Talvolta io sento che essa è anche una preda ma la sola che non voglio sincera. Conservi intatto il suo sacco di pelle e di peli tanto dolce a leccare. Non addento e non meno la coda, ma credo di voler fare le due cose nello stesso tempo o di farne una terza che non so che sia. Essa finora mi sfugge mentre io non so di averle fatto mai del male. Pare rida quando mi lascia solo con la lingua fuori.
      Un giorno seguivo il padrone nella sua passeggiata lenta quando m'imbattei in Titì: Fu una gioia grande e quando capita così inaspettata è difficile credervi. Mi feci a lei d'intorno per accertarmi che non si trattava di simulazione. Era proprio lei, la vera fonte dell'effluvio che m'inebria. Il padrone s'era fermato a discorrere con una signora (Argo dice qui ch'io annusavo quella signora ma non è vero e correggo senza esitazione. Trattavasi anche di una signora molto vecchia). Io perdetti subito la testa perché Titì pareva più buona e più docile del solito. Pensai: "Non starò mai privo di te". L'abbrancai forte ma subito fui colpito da una nerbata che mi fece urlare. Non subito lasciai il mio amore ed anzi aumentai la stretta sapendo che Titì vuole la lotta; volsi però il muso per vedere il nemico. Pareva fosse il padrone. Ne ebbi il dubbio ma non c'era il suo odore. Giuro che in quell'istante non c'era altro odore che quello di Titì: E digrignai i denti senza esitazione né ritegno come si deve fare nel grande pericolo. Piovvero le nerbate che finirono col ribaltarmi con Titì. Anche a terra tenevo la mia preda; ma essa dovette aver ricevuto una parte dei colpi a me destinati e sottrattasi al mio abbraccio fuggì con la coda fra le gambe.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





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