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      Chi non avesse ricevuto quel calcio ch'era tuttavia impossibile dimenticare avrebbe creduto che il mio padrone fosse in piena gioia e bontà. E lo seguii per parecchio tempo da lontano incapace di credere alla mia sventura. E lo guardavo a ridere a sorridere e ad inchinarsi e sempre più mi convincevo che non si trattava d'altro che di un disgraziato malinteso. Io non so vivere in collera col mio padrone, e, dopo qualche esitazione, m'arrampicai timidamente su lui per accostarmi alla parte più lieta del suo corpo, la faccia. Con un violento pugno mi rovesciò e subito dopo continuò a scodinzolare con gli altri. Ne fui abbattutissimo. Egli cambiava d'umore proprio quando io arrivavo.
      Quando i due visitatori se ne andarono, io accompagnai il padrone a ragionevole distanza fino alla porta, e quando vidi chiudersi questa sui seccatori, non seppi trattenermi e ringhiai. Quella visita m'era costata troppo ed io odiavo quella gente. Il padrone subito mi si accostò ed io temendo ch'egli volesse punirmi di quella minaccia ai suoi amici mi misi con la pancia a terra per evitare di cadere se egli mi avesse picchiato. Invece furono carezze e carezze. Nessuno crederà vera questa storia, eppure io la racconto proprio come mi è successa.
      XMi legarono alla catena. Sospetto avessero qualche cosa di buono da mangiare e non volessero darne parte al povero Argo. Anna se ne andò senza più guardarmi mentre io le guardai dietro finché non scomparve nella casa sperando si pentisse della sua malvagità. Abbaiai per un po' cercando di commuovere o di disturbare; ma nessuno si curò delle mie lagnanze.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Argo