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      Soffro solo del ricordo di quanto soffersi poco fa, durante quell'ora infernale.» Essa sapeva che quell'ora infernale era stata composta di pochi minuti. Ma non protestò. Tese l'orecchio. Essa sapeva che ascoltava le ultime parole di un moribondo e interrotte, spezzate, tuttavia furono per lei intelligibili. Egli non parlò che del dolore sofferto. Durante tutta quell'ora egli aveva saputo resistere e parlare come se la sua vita fosse continuata come prima. Non era più la vita invece. Era una segregazione fra pareti create dal dolore. E il dolore era il trionfo di qualcuno, di qualcuno che gioiva della sua giustizia. Parlò di un suono di campana trionfale che l'accompagnava. E lui sentì che la sua colpa meritava tanto odio. Tutta la sua vita era stata una colpa, una grande lunga colpa di cui ora voleva pentirsi. Fece anche con le labbra un'imitazione ingenua del suono della campana: din, don, din, don... Bisognava ascoltare quel suono. E le minaccie! Essa doveva averle sentite mentre lui per un'ora intera aveva rifiutato di darvi ascolto. Ma ora che non risonavano più avrebbe voluto riudirle per ascoltarlo e intenderlo ancora meglio. Le sue ultime parole già irrorate da lacrime furono: «Io non sapevo».
      Poi s'abbandonò riverso tutto in pianto. Fu un pianto violento che gli tolse il respiro come avviene ad un bambino castigato ingiustamente o anche per una giustizia evidente anche a lui. Parve che il pianto avesse impedita la sua parola. Le lacrime furono interrotte dal singhiozzo violentissimo che s'associò presto a un suono strano che a Teresa dapprima parve ancora più infantile del singhiozzo.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Teresa