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      ». E mi dava la prova che mi sbagliavo. Ed è vero che molti mesi dopo che una tale discussione era avvenuta m'accorsi una volta di aver avuto ragione ma che intimidito dalla sua sicurezza non ero stato capace di conservare la mia opinione.
      E così fra le dispute in cui avevo torto e quelle in cui contro ogni giustizia il torto mi veniva addossato, io finii con l'avere in quell'ufficio non l'aspetto di chi regna ma piuttosto di un ingombro cui nessuno bada. Gl'impiegati non mi mancavano di rispetto ma neppure quando l'Olivi momentaneamente si assentava mi domandavano istruzioni. Io fingevo di non accorgermi che in quel momento d'istruzioni ci sarebbe stato bisogno perché io sapevo che qualunque istruzione avessi data si sarebbe finito col provarmi che m'ero sbagliato. Stavo quieto quieto ben contento che nessuno mi domandasse nulla.
      Ma poi un bel giorno fui aggredito. Quella bestia di mio genero (poverino mi dispiace di dirlo così ora, ora ch'è morto non vorrei fargli di torto) fu incaricato dall'Olivi di trattare con me per un nuovo contratto con lui. Gli affari andavano male. Bisognava riorganizzare la ditta, trovarle nuovo lavoro. Perciò l'Olivi s'apprestava a studii, lavori e viaggi e intendeva dedicare la sua vita al suo compito. Bisognava però retribuirlo in tutt'altra misura. Egli esigeva un onorario un po' più alto di quello che percepiva allora e inoltre il 50% dei benefici.
      Mio genero mi guardava con quella sua faccia pallida, grassa un po' informe (mai intesi come poté piacere a mia figlia) e mi domandava scusa di aver accettato lui l'incarico di apportarmi una simile missiva.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





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