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      Questa certamente era la casa domenicale. Al di là di questa prima fila c'erano delle altre pennellate di quel color violaceo che - come risultava dalla chiave fornita dal quadro stesso - segnava di nuovo una strada. E c'erano poi altre due file di case divise dallo stesso color violaceo che per la distanza, cioè per esser visto meglio si rinforzava. Ma che case, mio Dio! C'era dentro tutta la compassione di un poeta per delle povere case derelitte, un pianto contenuto. Quasi tutte le mura erano perpendicolari ma le case mancavano di finestre e dove le avevano erano decisamente nere e informi proprio per denotare che quelle finestre mancavano di persiane e anche di lastre. Invece che riverberare la luce di fuori, ne usciva la tetra oscurità dell'interno.
      Non si ha un'idea come ci si possa abituare a tutto a questo mondo. Io amai quel quadro e quando alzavo la mia faccia dal libro (riprendevo allora la mia coltura filosofica e studiavo Nietzsche) proprio mi faceva piacere di trovarmi dinanzi alla sintesi della vita come l'aveva sentita Alfio. Popolai quelle case. Nella casa domenicale misi dei padroni rozzi come la loro abitazione che sfruttavano gli abitanti delle case dalle finestre nere. Soltanto che in fondo, molto lontano, in alto, c'era un'altra casa ben piantata, quadra, benché dalle finestre nere che avrebbe potuto essere anch'essa una casa domenicale. Mi faceva pensare che essendoci due case domenicali la sorte delle altre case fosse peggiorata. Povere casine miti, pericolanti, in cui si soffriva!


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Dio Nietzsche Alfio