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      La giovinetta ebbe il tempo di guardarmi con curiosità, e rispose al saluto con un cenno esitante che rese molto compunta la sua faccina da cui era sparito il sorriso e che così cambiò di luce come se fra lei e i miei occhi si fosse frapposto un prisma.
      Augusta aveva portato l'occhialino agli occhi subito quando aveva temuto di veder finire la giovinetta sotto ad un'automobile. Salutò anche lei per associarsi a me, e domandò: - Chi è quella giovinetta?
      Io proprio non ne ricordavo il nome. Ficcai gli occhi nel passato col vivo desiderio di ritrovarcelo e passai presto di anno in anno, lontano, lontano. La scoprii accanto ad un amico di mio padre. - La figlia del vecchio Dondi - mormorai malsicuro. Ora che avevo fatto quel nome mi parve di ricordare meglio. Il ricordo della giovinetta portava con sé quello di un giardino piccolo e verde attorno ad una piccola villa. E vi si accompagnò anche il ricordo di parole con le quali la giovinetta aveva fatto ridere tutti i molti presenti: - Perché da un tetto non cade mai un gatto solo, ma sempre due? - Così essa allora aveva gettato in faccia a tutti la sua sfacciata innocenza come ora in piazza Goldoni ed allora era stato tanto innocente anch'io da ridere con tutti gli altri invece che prenderla fra le mie braccia tanto bella e tanto desiderabile. Voglio dire che tale ricordo mi ringiovanì per un istante, e ricordai di essere stato capace di afferrare, di tenere, di lottare.
      Augusta fece cessare tale sogno sconvolto con uno scoppio di risa: - La figlia del vecchio Dondi a quest'ora ha la tua età. Chi dunque salutasti tu?


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





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