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      E perciò eccomi staccato definitivamente da un'altra parte della mia giovinezza. Augusta non ha ancora compreso quanti riguardi bisogna avere con un vecchio.
      Ed altre novità in questa stanza non ci sarebbero se giusto ora non fosse inondata da suoni che non hanno nulla da fare con quelli del grammofono. Due volte per settimana (non alla domenica ma al lunedì e al sabato) sul viottolo erto che costeggia la mia villa passa un ubbriaco melomane. Dapprima mi seccò, poi ne risi e infine lo amai. Spesso lo spiai dalla mia finestra dopo di aver spento ogni luce nella stanza e lo scorsi sul viottolo sbiancato dai raggi lunari, piccolo, esile, ma eretto, la bocca levata verso il cielo. Procede lento, non per la difficoltà della via ma per poter dedicare il suo fiato intero alle note che allunga con fervore. E anche s'arresta talvolta quando arriva a qualche nota ch'esita di emettere perché gli sembra specialmente difficile. Io sento l'assoluta innocenza di quel cantore anche nel fatto che la sua canzone è sempre la stessa. Lungi da lui l'intenzione di inventare. Son sue certe appoggiature dalle quali striscia al suono giusto ma non saprebbe farne a meno: gli facilitano la nota. Forse egli non sa di avere alterato la musica e a quest'ora la ama come è costretto di farla. È privo di ambizione e perciò di malizia. Per questo se m'imbattessi in lui di notte su quel viottolo, sapendo l'alta sua disinteressata umanità, non avrei paura, ma m'accosterei a lui e gli domanderei il permesso di cantare con lui.


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387