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      Sono stanco di scrivere per questa sera. Augusta che poco fa mi chiamò oltre il corridoio a quest'ora si sarà addormentata nel suo letto ordinato, la testa legata in quella rete allacciata sotto al mento ch'essa sopporta per domare i suoi capelli bianchi tagliati corti. Una stretta, un peso che a me impedirebbero di chiuder occhio.
      Il suo sonno è tuttavia leggero ma più rumoroso che nel passato. Specialmente alle prime respirazioni, nel primo abbandono. Sembra addirittura che tutto ad un tratto altri organi che non erano pronti sieno stati chiamati a dirigere la respirazione e, tolti improvvisamente al riposo, rumoreggino. Orrenda macchina questa nostra quando è vecchia! Se ho assistito allo sforzo di Augusta, pavento quello che incombe a me e non raggiungo il sonno se non mi concedo una doppia dose di sonnifero. Perciò faccio bene di non coricarmi che quando Augusta già dorme. È vero che la desto, ma allora essa riprende il sonno più silenziosamente.
      E qui mi faccio una raccomandazione ad imitazione di quelle di mio padre: ricordati di non lagnarti troppo della vecchiaia in queste annotazioni. Aggraveresti la tua posizione.
      Ma sarà difficile non parlarne. Meno ingenuo di mio padre so subito che questa è una raccomandazione vana. Essere vecchio il giorno intero, senza un momento di sosta! E invecchiare ad ogni istante! M'abituo con fatica ad essere come sono oggi, e domani ho da sottopormi alla stessa fatica per rimettermi nel sedile che s'è fatto più incomodo ancora. Chi può togliermi il diritto di parlare, gridare, protestare?


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I racconti
di Italo Svevo
pagine 387

   





Augusta Augusta