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      Tuttavia siccome per lo imperversar della peste ogni industria era scemata e poco men che perduta, e nessuno poi pensava a provvedersi di arme quando mancavagli il pane da mangiare, così egli pure si vide ridotto a cattivo partito e, tanto per cavarsi il bisogno, fu costretto, a grande suo malincuore, di accogliere in casa sua uno dei cinquemila cani che Bernabò teneva distribuiti fra i cittadini, e il cui mantenimento largamente ricompensava. La qual industria, veramente barbara e crudele, porgeva però da campare a un gran numero di famiglie che forse sarebbero morte di fame. Così un po' bene, un po' male, il nostro Stefano era vissuto fino a quel dì, in cui erano stati appiccati i cento cittadini, avvenimento che gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene, e che nel tornarsene lo faceva uscire nelle più sanguinose imprecazioni, checchè gli andasse susurrando il compagno, al quale pareva d'avere le budella in un catino.
      Giunti che furono davanti all'officina dell'armajuolo, Franciscolo, al quale era venuto crescendo per via una tenerezza straordinaria per casa sua, strinse la mano in fretta in fretta a Stefano, e partissi, non parendogli vero d'essersela cavata così a buon patto. E il tratto di strada che rimanevagli a fare divorò colla rapidità che permettevagli la convessità della pancia e due gambe degne del più ricco e pasciuto abate di Milano. Tanto più che prima di toccare al Malcantone, quando Stefano era nel forte delle sue invettive aveva veduto, o almeno eragli parso vedere lo Scannapecore, il canattiere favorito del Duca, che sogguardava dall'altro lato della strada con un viso arcigno da far paura ai morti; e ne aveva anche avvisato l'armajuolo, ma quegli dispettoso e testereccio come un ragazzo, aveva risposto - Buon prò, guardi pure, che fa a me?


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





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