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      Chi v'ha insegnato a disertare così la vostra bottega, cioè voglio dire la bottega del vostro padrone? Rispondete, o birbi di terzo pelo. Che il diavolo sia entrato qui dentro, e vi abbia portati via in anima e in corpo?
      - Eh! il diavolo v'è entrato del sicuro, ma per ora se n'andato colle corna nel sacco, rispose una voce dalla scaletta che dalla bottega metteva alle camere superiori. In quel punto uno dei due garzoni saltò lesto dagli ultimi gradini, e avanzossi alla volta di Stefano. Ma questi non gli lasciò agio a innoltrarsi: afferratolo d'un tratto pel collo gli diè un tal rovescio alla persona che il povero Martino traballò sulle gambe, e fu lì lì per istramazzare. Se non che la stessa mano che l'aveva fatto cadere lo tenne saldo, in guisa che il garzone stette sospeso tra la terra e il braccio dell'armajuolo che stringevalo come tanaglia.
      - Ah! cane traditore! gli gridò questi ficcandogli in faccia due occhi di bragia; bel modo da attendere alle cose mie. Non basta che il contagio e la carestia ci spazzino le case, bisogna lasciarle vote, perchè i ladri ajutino a fare del tutto il repulisti. Meriteresti un tal ricordo che non ti cadesse mai più dalla memoria.
      - Ma, mio buon messer Stefano.... tentava di rispondere il garzone, quantunque per la stretta che aveva alla gola a stento gli uscissero le parole.
      - Che? hai ragioni da addurre? Sta a vedere questo scimunito, che io tengo in bottega, perchè non muoja di fame su una strada, sta a vedere che vuol farla tenere a me!
      - Ma, messer Stefano, se mi lascerete parlare, saprete.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





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