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      Quello però che l'armajuolo non sapeva e di cui nessuno aveva pur l'ombra del sospetto, era la segreta dimestichezza che esisteva tra la vecchia Marta e gli sgherri del Duca, e diciamo dimestichezza per non adoperare un'altra parola più vituperosa che vorrebbesi affatto sbandita da ogni linguaggio. Senza di questo celato patrocinio ella non avrebbe potuto ridere in barba a tutta quella turba di paurosi che le lasciavano il passo e si facevano il segno della croce quando l'incontravano per via. La vecchia Marta aveva dovuto acconciarsi colla necessità delle circostanze, come tanti altri fecero di poi e faranno per l'avvenire fino al dì del giudizio; salvo che essa il faceva per un fine non al tutto spregevole come quello di un sordido interesse. I tempi l'avevano trascinata a ciò, i tempi, i quali ebbero sempre la prima accusa nelle umane fragilità. Il volgo incolpandola di stregoneria l'aveva in certa guisa messa fuori del suo consorzio, e fatta nemica dell'uman genere: ora essa rendeva odio per odio, male per male, e se non aveva commercio coi diavoli, lo teneva coi manigoldi di Barnabò che non erano miglior pasta d'individui, e tutto ciò a danno di quel popolo balordo e maligno che a forza aveva voluto porsi in guerra con lei. E tuttavia questo popolo che quand'era sano, avrebbe creduto saper di bitume col solo passarle accanto, era poi sì gonzo da entrarle in casa e consultarla appena lo tormentasse un doloruccio, uno spasimo, una scottatura, e chiedeva consigli e medicamenti, e voleva saper l'avvenire, gl'innamorati specialmente, i quali anche nel secolo decimoquarto in mezzo alla peste ed alle oppressioni erano la più nojosa genìa che mai.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





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