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      La novità del caso aveva in tal modo scombujata la mente di Stefano, ch'ei camminava come trasognato, e barcollava ad ogni tre passi com'uomo che avesse veduto il fondo a parecchie mezzine. L'erbajuola lo stette a guardare finch'ebbe voltato il canto, ma poichè a que' tempi di miseria l'ubbriachezza era derrata di contrabbando, poco durò a stimarlo ammaliato, e nel ritirarsi che fece nella sua botteguccia, esclamò:
      - Pover'uomo! è proprio peccato ch'ei sia caduto nelle mani di quelle stregacce del demonio. Se non avesse gli occhi così stralunati e il viso tutto scomposto, ei sarebbe certamente un bell'uomo. E come mi guardava pietoso! Basta, che il cielo lo accompagni.
      Intanto l'armajuolo proseguiva il suo cammino in traccia della vecchia Marta con poca speranza di coglierla fra quel labirinto di casacce rovinate, dato pure che colà si fosse ricoverata. Quantunque per la stagione innoltrata il freddo fosse rigido assai, grossi goccioloni di sudore gli cadevano dalla fronte, e impregnavansi tra i peli della barba, senza ch'ei si desse la briga d'asciugarli. Adesso ei provava un'affanno, una stretta al cuore molto più forte dello sgomento avuto tre giorni addietro, perocchè il ricader nel pericolo dopo la gioja dello scampo è assai più gran dolore che quel che reca il primo inciamparvi. E pensava alla moglie sì dolce, sì amorosa, al figliuolo così bello e vispo, alla sua officina che aveva il vanto sopra tutte quelle di Milano, ai giorni felici passati in seno della sua famigliuola, e sentiva uno struggimento, una doglia fin allora sconosciuta.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





Stefano Marta Milano