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      Laonde pian piano si ritirò dicendo all'orecchio di Martino:
      - Fate di consolarlo voi quel pover'uomo, perchè io mi sento più voglia di piangere che di parlare. In ogni modo fate conto di essere ancora suoi ospiti, e state a vostro agio nel convento, come se vi fosse ancora quel santo uomo.... Anzi adesso vi avranno tutti maggior riguardo. Addio, la pace del Signore sia con voi.
      Martino, poichè il frate fu uscito, prese la seggiola e portatola vicino all'armaiuolo vi si pose a sedere, aspettando ch'egli alzasse il capo. Ma Stefano pareva assorto in tristissimi pensieri e aveva la fronte cupamente rabbujata, come uomo che sta meditando alcun che di sinistro. Il garzone rimase profondamente rattristato a quell'aspetto, perch'egli non aveva mai veduto l'armajuolo così rabbuffatto in viso, neppure quando arrovellavasi con lui, e gli dava qualche scrollatina per avere svignato la bottega. Per lo che, temendo di qualche disgrazia peggiore, volle tentare di rabbonirlo se era possibile, e, chiamato a sè il fanciullo, gli accennò il padre suo e gli disse all'orecchio:
      - Va, e abbraccia il papà, e digli che gli vuoi bene, perchè ne ha bisogno.
      - E che cosa ha il papà? chiese il fanciullo pure a voce bassa; piange forse perchè gli hanno portato via la mamma? E questo diceva, perchè la sera innanzi aveva udito raccontare il fatto per disteso, allorchè c'erano i due frati.
      - Sicuramente, ch'egli è per ciò, disse Martino. Or va, e fagli una carezza, e tienlo ben istretto finchè non ti dia un bacio.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





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