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      Ma, pazienza, per questa volta v'ho perdonato, e sappiatemene grado. Orsù, datemi il cane, e che ogni cosa sia finita.
      La vecchia, la quale teneva volto il dorso all'uscio, girò un cotal poco gli occhi a quelle parole, e senza aprir bocca alzò le spalle con un gesto di sprezzo e tornò al suo ufficio di rimestare il fuoco. L'armajuolo fu più maravigliato che sdegnoso di quell'atto, e pensò che la vecchia non concedesse di buon grado il cane, e lo facesse solo costretta dalle minacce di Martino; il perchè, mosso un passo innanzi, disse:
      - Ho capito, vi sa male di dover fare un po' di opera buona, non è vero? Eppure io vi credeva di miglior pasta. Ma già voi altre donne ingannate sempre. Basta, non monta andar in collera per ciò: se non me lo consegnate voi il cane, me lo piglierò da per me, e la faccenda è accomodata, va bene così?
      - No, rispose la vecchia con voce rauca e profonda, che pareva uscisse di sotterra.
      L'armajuolo che erasi mosso in cerca del cane e lo chiamava colla voce, si trattenne stupefatto a quella risposta, e uno strano sospetto gli balenò nella mente. Colla mano corse al pugnale che teneva sotto il farsetto, poi avvicinossi cautamente al cammino. Ma ad ogni passo che faceva il sospetto gli andava lontano mille miglia, e quando le fu affatto vicino non ebbe più l'ombra del dubbio, che non fosse la vecchia Marta. Sua quella grama vestaccia che traeva al nero, sua la pezzuola, posta sbadatamente sul capo e dalla quale scappavano alcuni rari capelli grigi, sua l'incurvatura della persona; insomma non iscattava un pelo.


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La cà dei cani. Cronaca milanese del secolo 14.
cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti
di Carlo Tenca
Editore Borroni e Scotti Milano
1854 pagine 168

   





Martino Marta