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      Le ampie vie di Milano, in quel modesto dilatarsi delle idee nel colloquio, m’apparivano più ampie; i palagi più palagi, e la luce dell’alto versarsi così amena sugli uguali prospetti della città come nella libera scena d’acclive e variata campagna. Sentivo che il suo cuore vedeva più addentro e più lietamente nel mio, e la voce sommessa di lui mi suonava più efficace che se fosse commossa, e nelle sue parole era un affetto di confidenza e di uguaglianza spirituale, che non si rende in parole; come se, entrando la porta del ricco e del titolato, egli volesse lasciare la miglior parte di sè in compagnia del giovane oscuro. E queste gioie io le avrei provate ben più frequenti seco se l’indole altera, e la troppo gelosa custodia di quella dignità ch’io tenevo come l’arma del povero, e il ribrezzo d’ogni ombra di piacenteria, non m’avessero fatto spesse volte aspro a lui, e sollecito più di nascondergli che di significargli me stesso. Onde l’indulgenza sua verso me da tutt’altro gli era persuasa che da dolcezza d’essere lusingato; anzi era esercizio continuo di virtù, aiutata forse dalla divinazione de’ miei segreti pensieri. Quando poi fummo divisi e di soggiorno e ne’ propositi della vita, egli quantunque non potesse in tutto approvare, e non dovesse manifestare approvazione di tutte le opinioni mie e della forma d’esprimerle, non si tenne che non rispondesse alle mie lettere, fatte per mio riguardo più rare, e non mi si dimostrasse benigno, salvo sempre le ragioni del suo stato e della sua coscienza.


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Antonio Rosmini
di Niccolò Tommaseo
pagine 147

   





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