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      E per discendere a cosa più prossimamente pratica, io non so se il Rosmini che nello scorso dicembre approvava la spedizione di Crimea, non si sarebbe più tardi ravvisto, considerando che la dignità morale e lo scopo di religiosa civiltà messo innanzi conseguivasi del pari con un’alleanza la qual patteggiasse la cooperazione del Piemonte a guerra più prossima; che se i due potentati richiedevano per forza di più, questo impero pur sottinteso attestando paura toglieva ogni coscienza di dignità; considerando che i debiti contratti con esteri fanno lo stato dipendente e da esterne e da interne vicende, sì ch’egli mal può guarentire a sè non che ad altri indipendenza; che guerra in paesi ignoti fin qui pur di nome per causa al popolo ignota, incerta a coloro stessi che hanno più ingegno e voglia di giustificarla, non potendo ispirare zelo nè religioso nè patrio ai combattenti, non potendo confortare i timori e i dolori di tante sorelle e di tante madri, risicava esser fomite a mali umori fatti più pericolosi dalle inevitabili sopraccrescenti gravezze; considerando che le speranze al Piemonte veraci gli vengono dal suo sito, dalla gelosia de’ potentati maggiori, e da’ diritti de’ quali egli intenda in verità farsi vindice, non già dal mandare i suoi prodi a perire lontano di morte inerte e muta nel tedio e nello sgomento non già del ferro nemico ma d’una mano invisibile che dalla imprevidenza degli uomini è fatta alleata al nemico; che dal combattere confusi con genti assoldate di tutte le terre e di tutte le fedi, e che pur penano ad accozzarsi sotto un ambiguo vessillo, non può venire nè gloria nè grandezza, nè agio di sedere al banchetto de’ forti, giacchè i Cavalieri de’ santi Maurizio e Lazzaro pur troppo sanno quel che frutta il trattare lealmente le armi per imperatore infedele, e quel che possono i poveri attendere dalla mensa del ricco Epulone; considerando da ultimo che il doppio comando sotto al quale il fiore dell’esercito italiano mettevasi, poco poteva aggiungere alla freschezza de’ suoi tre colori, che l’onore del trionfo sarebbe stato per altri, per gl’Italiani (le guerre del primo Napoleone lo gridano) i pericoli e il dispendio e le inimicizie e la debolezza conseguente e il rammarico (Dio ce ne scampi, che senno umano non può) del finale disinganno.


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Antonio Rosmini
di Niccolò Tommaseo
pagine 147

   





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