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      Un altro esempio ce l’offre in Venezia Maria Marovich, di Dalmatica origine, come la famiglia di Marco Polo e parecchie illustri famiglie veneziane; fanciulla ricca e non disavvenente punto, e figliuola unica di genitori che piangono il suo tenace proposito, autrice di versi affettuosi e di prose corrette, valente di ricamo e di musica e di pittura, che per pietà della solitudine de’ suoi condiscende a vivere nella casa paterna, ma non sospira che al chiostro. E così di recente leggiamo della contessa Batthiany, uno de’ più illustri casati d’Ungheria, che, liberatasi di tutto il suo avere, raccoglie in un ospizio caritatevole di Suore, da lei fondato, la vedovanza sua, grave di tante memorie. E che questo bisogno sia un fatto dell’umana natura, e non della più depravata, lo dice in versi divini quella eletta anima di Virgilio che consacra alla Dea cacciatrice (ideale che tutti confesseranno, spero, men alto di quel di Maria) la sua Vergine, decoro d’Italia:
      Multae illam frustra Tyrrhena per oppida matresOptavere nurum: sola contenta Diana
      Æternum telorum et virginitatis amoremIntemerata colit.
     
     
     
      XXXVII.
     
      L’aspettare dagli uomini impulsi reiterati e chiamate da Dio più e più chiare, in uomo sì veggente del nuovo, sì innamorato del meglio, e abituato a esercitare autorità sopra altri uomini, dimostra e prudenza e astinenza rara, e un vero concetto del grande, e piena fiducia in Dio e nelle cose che son suo linguaggio, e anche coscienza delle proprie forze e della propria debolezza. Aveva già raccolto intorno a sè una Società il cui fine era il miglioramento del clero, per fare quasi saggio e d’altri e di sè. Sperimenti tali possonsi notare come legge alla vita degli uomini singolari, della cui grandezza è segno il non si affrettare troppo, il distendere sotterra le radici ben ferme innanzi di spandersi in rami fruttiferi.


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Antonio Rosmini
di Niccolò Tommaseo
pagine 147

   





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