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      La coscienza dell'usurpazione non lo ha abbandonato mai. Nel primo mese del suo regno scrive la famosa lettera, così tagliente ed aspra, a Luigi XVIII; e, poco dopo, l'uccisione del duca d'Enghien mostra l'atteggiamento che assume coi Borboni: incessantemente, fino al tramonto della sua fortuna, sorveglia perplesso le mene della corte cacciata, e nel 1814 fa ancora fucilare un partigiano borbonico. Ma la corte e la sua nobiltà serbano verso le opere della Rivoluzione una condotta di gran lunga più ostile che non Napoleone, e non solo combattono come questo le idee liberali del 1789, ma anche il livellamento della società compiuto dal novello potentato.
      Perciò la fama di eroe della libertà, Napoleone la deve sostanzialmente all'indocile pertinacia dei legittimisti. Cosa che fu verificata nei cento giorni. Non c'era ponte, che dal mondo sommerso, in cui vivevano e si agitavano i legittimisti, conducesse al cuore del popolo. Quando il bandito dell'Elba osò il colpo avventuroso, quell'abbagliante trionfo della potenza del genio, quell'evento della storia moderna che più ancora della guerra dei sette anni trasporta irresistibilmente al culto degli eroi; allora "una rivoluzione dei sergenti e del povero popolino" scoppiò in tripudio incontro all'imperatore della plebe. Appetto a un Artois e un Blacas egli parve davvero l'uomo della libertà, appetto ai clienti delle baionette straniere l'eroe della nazione. Solamente la classe media pensante e calcolante si tenne in disparte covando il rancore: essa conosceva il despota, presentiva nuove guerre, nuovi scompigli al benestare.


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La Francia dal primo Impero al 1871
di Heinrich von Treitschke
Editore Laterza Bari
1917 pagine 597

   





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