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      Napoleone ritornando aveva rotto egli stesso il bastone nel proprio governo interno: "il genio ha lottato contro al secolo, il secolo ha vinto". Nelle ore di meditazione riconobbe la giustezza dell'opinione, che avea sempre nutrita suo fratello Giuseppe: "io sono semplicemente un segnalibri nel libro della Rivoluzione. Essa riprincipierà alla linea dove io l'ho lasciata". Non ostante siffatta confessione, il principe di Metternich errò quando disse: "il bonapartismo senza Bonaparte è impossibile". La parola calza rispetto all'Europa, non rispetto alla Francia. Anche la storia deprezzò le opere dell'imperatore, quando seppellì il suo sistema con tutti gli onori scientifici e paragonò lui con Cromwell. Al Protettore, la cui elevatezza morale ecclissa con la sua luce l'egoismo di Napoleone, pure non fu permesso di dare al suo paese leggi durature. Dopo la caduta dell'imperatore, una buona metà delle istituzioni fondate da lui rimasero in vigore: l'ordinamento dispotico dell'amministrazione e dell'esercito si tenne in attitudine ostile davanti al nuovo sistema parlamentare.
      Per disgrazia sua e dell'Europa il popolo francese, come già al tempo della Riforma, non aveva preso una posizione chiara e sicura nella lotta di principii dei tempi moderni: nella sua anima contendevano le idee liberali e le cupidigie dispotiche. Se il bonapartismo fosse stato destinato a sparire per sempre, la nazione alla dura scuola del conoscere sé stessa avrebbe dovuto liberarsi delle pericolose passioni, a cui l'impero aveva attinto le sue forze: vanità e gusto violento della guerra, cupidità e smisurato fanatismo di eguaglianza: e preparare al parlamentarismo il solo terreno, sul quale avrebbe potuto gettare radici gagliarde: l'autonomia amministrativa dei distretti e dei comuni.


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La Francia dal primo Impero al 1871
di Heinrich von Treitschke
Editore Laterza Bari
1917 pagine 597

   





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