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      Un atto d'impero del Congresso di Vienna "nell'interesse della pubblica quiete" pose la casa dei napoleonidi sotto la sorveglianza dell'Europa. In ciascuno dei pochi paesi, in cui si era loro permesso di accedere, l'ambasciata delle cinque potenze aveva l'incarico della loro vigilanza, e le autorità erano responsabili della loro buona condotta. Nelle lettere di rimostranza dei Bonaparte condannati al confine ritorna sempre non senza ragione il motto: "noi preferiamo di vivere sotto i Borboni o in Prussia, anziché tollerare un trattamento simile!". I Borboni perseguitavano con un odio cieco la casa del loro capitale nemico. Una legge draconiana proibiva sotto pena di morte ai parenti di Napoleone, anche alle mogli e ai figli, di metter piede in suolo francese. Perfino all'innocente zio Fesch fu vietato di ricomparire nel suo vescovado di Lione. Furono respinte anche le richieste di crediti dei Bonaparte, sebbene legalmente valide. I Borboni di Napoli infastidivano il papa con le continue sollecitazioni di espellere gl'incomodi rifugiati. Più degnamente, sebbene non meno ostile, si comportò la corte prussiana, pur così indimenticabilmente offesa dall'imperatore. Il re col suo sentimento di giustizia appoggiò le pretese pecuniarie dei napoleonidi per quel tanto che erano eque. Ma a nessuno della pericolosa progenie fu permesso di varcare le frontiere prussiane; e gli ambasciatori all'estero ebbero istruzione di vigilare nel modo più rigoroso sulle persone sospette. La corte di Vienna, una volta entrata nel vergognoso parentado, non era più in condizione di vietare addirittura ai suoi parenti il soggiorno nei paesi della corona.


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La Francia dal primo Impero al 1871
di Heinrich von Treitschke
Editore Laterza Bari
1917 pagine 597

   





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