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      A far riguardare un tale equivoco come meno strano e inesplicabile di quanto sembri a tutta prima, giova por mente alle ragioni storiche che lo hanno favorito, e soprattutto alla strettissima connessione che fin dai suoi primi inizi la questione del libero arbitrio ha avuto colle dispute teologiche relative alla predestinazione e alla compatibilità degli attributi divini.
      Ciò che avevano di mira i primi pensatori dai quali tale questione fu sollevata non era di porre una base alla responsabilità dell’uomo pei suoi atti volontari. Per tale scopo infatti, come lo dimostra luminosamente l’esempio di Aristotele, l’unica «libertà» che si ha bisogno di attribuire all’uomo è quella che consiste nell’ammettere che le sue volizioni, entro certi limiti, siano efficaci a produrre gli atti a cui sono dirette.
      Ad attribuire alla parola «libertà» un senso diverso da questo, un senso implicante inoltre che le volizioni umane non siano prodotte o determinate da alcuna causa, e sorgano per così dire da se stesse per generazione spontanea, i teologi furono condotti dalla necessità di trovare un mezzo di conciliazione tra la credenza all’illimitato potere e all’illimitata bontà divina da una parte, e l’esistenza del «male» fisico e morale nel mondo, dall’altra.
      Ciò che a loro premeva non era tanto di escludere l’irresponsabilità dell’uomo quanto piuttosto di diminuire la responsabilità di Dio e sgravarlo in certo modo da qualsiasi «complicità» nel male prodotto dalle sue creature.(71) Poiché, per usare l’immagine che l’autore riporta in proposito da Hume (Essay on liberty and necessity), come un uomo che ha appiccato il fuoco ad una mina è responsabile delle conseguenze di tale atto tanto se la miccia è lunga quanto se è corta, così, dovunque si trovi una catena continua di modificazioni connesse come cause ed effetti, l’essere, finito o infinito, che ha prodotto la prima deve essere considerato anche come l’autore di tutte le altre.


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Scritti filosofici
di Giovanni Vailati
pagine 483

   





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