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      Talvolta la distinzione di cui si tratta, dopo aver servito a generarne una serie di altre, più o meno importanti, si riduce infine a tagliare, per così dire, nel vuoto, come una lama cui manchi sotto la materia che essa è destinata a dividere in parti.
      Di tutte queste varie vicende che possono accompagnare il processo, che abbiamo detto di «spostamento» (shifting) delle distinzioni, ci fornisce esempio la storia della distinzione tra apparenza (fenomeno) e realtà (essenza, noumeno).
      La parola stessa «fenomeno», dal suo impiego come termine tecnico dell’astronomia greca, designante il contrasto tra i movimenti «apparenti» del sole e delle stelle sulla sfera celeste e i loro movimenti «reali» nello spazio, sembra essere stata molto presto trasportata dai filosofi (Democrito) a designare, per analogia, il contrasto tra le proprietà dei corpi quali «appariscono» ai nostri sensi (colori, sapori, ecc.) e la loro struttura reale, consistente nella posizione rispettiva e nei movimenti delle particelle indivisibili (atomi) di cui erano immaginati composti.
      Essa assunse così il nuovo ufficio di separare le une dalle altre quelle che più tardi (dal Locke) furono chiamate le proprietà secondarie dei corpi in contrapposto alle proprietà primarie (quali la forma, la resistenza, il peso, ecc.).
      Ma anche di qui un nuovo trasloco non poteva farsi molto aspettare. Non mancarono filosofi che si domandassero qual privilegio dovessero mai avere queste ultime proprietà, pel fatto che, invece di essere da noi percepite «per mezzo» dei nostri occhi o del nostro palato, lo sono «per mezzo» del nostro tatto, o delle nostre contrazioni muscolari.


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Scritti filosofici
di Giovanni Vailati
pagine 483

   





Democrito Locke