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      La loro cognizione non ci libera da certe impotenze, vere o supposte, se non a patto di farci accorgere che altre ne esistono, da cui ancora meno possiamo sperare di liberarci: non aumentano la nostra potenza se non a spese di quella che potevamo credere fosse la nostra libertà. Chi di esse si serve, e le vuole applicare al dominio delle cose e degli uomini, si trova troppo spesso nella condizione dell’incauto cowboy al quale il «laccio», da lui lanciato per accalappiare un animale lontano, ritorna avvolgendosi intorno al suo corpo o intorno alle gambe della sua stessa cavalcatura.
      La relazione quindi tra il desiderio di conoscere e quello di potere si potrebbe descrivere dicendo che l’uomo desideroso di aumentare la propria potenza deve nello stesso tempo desiderare di conoscere il massimo numero di «verità» e desiderare che di «verità» ve ne sia il minimo numero possibile: in quanto qualunque «verità» (conosciuta o no), colla sola restrizione sopra indicata, rappresenta un ostacolo opposto al raggiungimento di qualche possibile desiderio o classe di desideri. Ci sono perfino dei campi di ricerca nei quali lo stato d’animo più ragionevole, per l’uomo che si trova o si crede vicino alla scoperta di qualche nuova «verità», dovrebbe quasi coincidere con quello di un sepolto vivo che si accinga a verificare se la sua cassa è già stata inchiodata.
     
      Nel capitolo III, dedicato alle teorie logiche, è in primo luogo ben caratterizzato il valore pratico della distinzione tra la correttezza formale di un ragionamento e la verità delle sue premesse e della sua conclusione.


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Scritti filosofici
di Giovanni Vailati
pagine 483