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      Anche per ciò che riguarda il tempo, il Pikler giunge alla conclusione analoga che credere alla sua «esistenza», cioè a un suo regolare «trascorrere» indipendentemente dal nostro accorgercene o non accorgercene, non è altro in fondo che credere alla possibilità di ottenere, per mezzo di nostri atti volontari, date esperienze di durata, di successione, di concomitanza, in corrispondenza a qualunque nostra serie di esperienze, e di ottenere, partendo da qualunque di queste, l’esperienza di un decorso di tempo ininterrotto.
      È anche in questo senso, continua il Pikler, che noi parliamo dell’«esistenza», oltre che degli oggetti materiali e delle loro proprietà, anche delle nostre attitudini, o cognizioni, o dei nostri ricordi, ecc.
      Quando diciamo, per esempio, che esiste, in una data persona, la cognizione di un dato fatto, noi non intendiamo certo di dire che essa pensi costantemente a tale fatto, ma solo che vi penserebbe, o vi potrebbe pensare, se la sua attenzione fosse rivolta o spinta a far ciò.
      E allo stesso modo sono anche da interpretare le frasi con cui asseriamo la «esistenza» in noi, o in altri, di dati ricordi o memorie.
      Parimenti, quando asseriamo, di una data persona, che «esistono» in essa determinate qualità di carattere, per esempio che essa è paurosa o irascibile, noi non intendiamo certo di dire che essa sia attualmente spaventata o arrabbiata, ma solo che, per farla spaventare o arrabbiare, basterebbero certe condizioni o stimoli che sarebbero invece insufficienti a far spaventare o arrabbiare altre persone.


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Scritti filosofici
di Giovanni Vailati
pagine 483

   





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