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      Seneci, in pantofole, domandò il permesso di mettersi le scarpe.
      - Faccia.
      De Andreis: Vengo anch'io.
      Prina: Scusi, onorevole, ma io non ho ordini che riguardino lei.
      De Andreis: Io voglio andare dove vanno i miei amici.
      Prina: Se crede, s'accomodi.
      Cermenati: Se non siamo in arresto, noi non vogliamo essere accompagnati dagli agenti di P.S.
      Il delegato Gislon li fece allontanare.
      In via Soncino Merati, dinanzi l'entrata del Corriere della Sera, incontrammo Colautti. Il Chiesi, incrociando i polsi, gli fece segno che eravamo in arresto.
      - Ci siamo!
      Colautti rispose, con un gesto, che non poteva essere.
      In S. Paolo, Seneci entrò dal tabaccaio a bere una bibita. Era stato in tipografia e nel locale di distribuzione tutto il giorno, e aveva sete. I funzionari non lo aspettarono neanche. Ci raggiunse correndo. Questo fatto ci lasciò credere che non eravamo in arresto. Che si tratti solo di dirci che la stampa subirà la censura preventiva da qualche impiegato di questura?
      In questura ci si lasciò in un'anticamera.
      - Aspettino; saranno ricevuti dal questore non appena sarà libero.
      Aspettammo una buona mezz'ora, facendo mille supposizioni. Annoiati di essere trattenuti tanto tempo, incominciammo a mormorare. Ma dunque? Ci prendono per dei domestici, questi signori di questura! Facciano presto, ci dicano se siamo in arresto, se siamo liberi, e che cosa vogliono da noi. Entrò un impiegato ad invitarci di andare con lui.
      - Tutti, meno l'onorevole De Andreis.
      De Andreis non voleva saperne di aria libera.


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I cannoni di Bava Beccaris
di Paolo Valera
pagine 302

   





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