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      Tanto è vero che ciascuno di loro leggeva l'atto d'accusa facendo tanto d'occhi.
      - Come, che c'entro io con costoro?
      Si conobbero, o almeno si videro, alle tre del mattino del 15 giugno 1898, nella stanza ove si "caricano e si scaricano" gli arrestati che vanno e vengono dal Cellulare. Fuori e dentro c'era ressa di carabinieri silenziosi, tetri, colle mani piene di ferri. Il loro capo era un capitano con l'occhialino nel cavo dell'orbita, con una cera accigliata, con due baffi marziali, che passava da una parte all'altra, col frustino in mano, facendo risuonare gli speroni degli alti stivali alla scudiera, mentre assisteva all'ammanettamento.
      Romussi pareva un po' più ingrigiato. Era ilare, salutava gli amici e presentava i polsi al suo ammanettatore con la faccia illuminata dal sorriso. I carabinieri giovani che adempivano a questo servizio erano più spietati dei vecchi. Continuavano a dare dei giri anche quando si diceva loro che i polsi facevano sangue.
      Don Davide era conosciuto da tutti, ma lui, personalmente, non conosceva che l'avvocato Romussi, Valera e Zavattari. Non si capiva se era seccato in mezzo a tanti ignoti che lo guardavano come una bestia rara. Il capitano lo squadrò dal capo ai piedi, gli girò intorno col fare di un domatore di belve, e si voltò dall'altra, parte percotendo leggermente lo stivalone. Si capiva che l'aveva su coi preti o che ci aveva gusto a vederne uno nelle peste.
      Don Davide pareva imbronciato. Rispondeva al buon giorno di qualche amico con la voce grossa di chi è in collera con se stesso.


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I cannoni di Bava Beccaris
di Paolo Valera
pagine 302

   





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