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      Tra gli intimi di Romussi, vi era il professore Pietro Panzeri, direttore dell'Istituto dei rachitici, che piangeva come un ragazzo.
      Il vagone cellulare era nuovo e pennelleggiato di fresco. Perdeva un odore di vernice che faceva turare il naso.
      Don Albertario, grosso come era, non riuscì a mettere il piede sul predellino che aiutato. Nello sforzo gli cadde il cappello da prete: istintivamente tentò di raccoglierlo, ma si avvide tosto di essere ammanettato ed alzò gli occhi al cielo.
      Nessuno disse una parola. Pareva che la vita fosse finita sul montatoio. Ciascuno, ravvolto nel proprio dolore come in un mantello, sentiva gli strazii delle famiglie che singhiozzavano sotto la tettoia.
     
     
      IN VAGONE CELLULARE
     
     
     
      Viaggio notturno da Milano a Finalborgo la notte dal 24 al 25 giugno 1898.
     
      Mentre i carabinieri si preparavano a metterci i ferri per avviarci alla casa di pena a scontare le sentenze militari, ciascuno di noi pensava, involontariamente, al carrozzone che ci doveva condurre dal Castello alla Stazione Centrale. Nessuno di noi aveva potuto dimenticare la nicchia nella quale, venendo dal Cellulare, aveva subìto, per più di mezz'ora, lo strazio di pencolare tra la vita e la morte per mancanza d'aria!
      I ferri ci distrassero. I carabinieri adempivano alla funzione di ammanettarci, incalzati dal "fate presto!" del tenente dei carabinieri, che ci guardava con la caramella nell'occhio.
      L'ordine era di ammanettarci a fior di pelle. E chi si lamentava riceveva la buona misura di qualche altro giro di vite.


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I cannoni di Bava Beccaris
di Paolo Valera
pagine 302

   





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