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      Come gli andavano a sangue i riboboli e come inveiva contro i combinatori, quando incespicava in una lettera capovolta o in una virgola che secondo lui non era a posto!
      - Imbecilli! Ecco cosa sanno fare i nostri operai. Si suona ancora, Giorgio. Qualche seccatura. Mandala al diavolo.
      - È un prete. Don Giuseppe.
      - Che entri, che entri.
      Si stringono affettuosamente la mano o seggono dopo avermi chiuso fuori. Prima d'andarsene a pranzo, il mia padrone repubblicano, mi consegnò la seconda chiave dell'uscio per entrare alla mattina senza svegliarlo.
      - Fammi il letto, vôtami l'orinale, riempimi il vaso della tavoletta, dà una mano alla polvere e poi vattene. Ciao. Avevo mangiato due micchette nostrane ed ero debolissimo. Non mi sentivo neanche la forza di ribellarmi. Feci scorrere il tirante di ferro dell'uscio e là, solo colla mia ambascia, col mio patéma, mi gettai boccone sul letto. Quante fanciullaggini! Piansi, singhiozzai, lambî, annegai nel caldo delle lagrime. Un pianto che disgorgava abbondante, che discendeva bisciato sulle guancie come olio sulla carne che bruciava. Era il dolore ammucchiato che rompeva la diga, la tenerezza sventurata che saliva dalle viscere, la mestizia coagulata che si rifrangeva ed usciva a consolare. Mamma, mamma, povera mamma. - Ecco le speranze incanocchiate nelle fredde sere davanti al favillìo dei ceppi che crepitavano: ecco i risultati dei tuoi sagrifici! Ed io, io ho potuto permettere che tu rinunciassi al pane della vecchiaia per mandarmi a scuola!


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Alla conquista del pane
di Paolo Valera
Editore Cozzi Milano
1882 pagine 237

   





Giorgio Giuseppe