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      Vedo, baronessa, che impallidisce. Glielo avevo detto che avrei dovuto essere spietato come gli assassini. Io stesso, quando leggevo tutti questi orrori, mi sentivo un peso doloroso al petto che mi obbligava a smettere. Vi fu un momento in cui la mia immaginazione commossa mi figurava i martirizzati con le loro grida che mi ronzavano per il cervello collo strepito di una campanella elettrica in azione. Il dolore si fece più acuto leggendo la descrizione dello scheletro di una femmina stata trovata tra i ruderi di un castello in rovina, al di là di una via mulattiera, vicino a un burrone. Non avevo mai letto nulla di più triste e di più straziante. Non so se la baronessa potrà ascoltarmi fino alla fine. Di mio non aggiungo nulla, glielo assicuro. Giunti, i cercatori di cadaveri, al margine dei macigni che davano l'idea vera di una cava squarciata da una frana, incominciarono a trovare delle ciocche muliebri e delle manate di capelli castani strappati da una mano violenta".
      Orrore!
      disse la baronessa mettendosi la mano sul viso.
      Qualche passo innanzi trovarono il teschio che pareva stato reciso dal busto con un colpo secco di falce. Il capo in quella sciagurata tragedia rivelava l'accanimento di un pazzo. Non gli aveva lasciato che un centinaio di capelli sparsi alla superficie e doveva averlo sbattuto più volte contro i massi, tanto era ammaccato alla sommità cranica. Mancava il cadavere. Rotolarono gli enormi pezzi di granito senza rinvenirlo. Stavano per andarsene coll'idea che il delitto fosse stato commesso altrove, quando uno degli agenti sentì del molle sotto i tacchi.


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L'assassinio Notarbartolo o le gesta della mafia
di Paolo Valera
pagine 313