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      I monarchici aspettino a trepidare. Documenterò cose peggiori.
      L'Italia era del sire francese. Gli italiani non avevano mai vinto. Neanche nel '59. I francesi hanno vinto. I miei documenti sono gli ossari dei luoghi di battaglie per l'indipendenza.
      Bonaparte, il piccolo, ha voluto avere un acconto per i suoi sacrifici imperiali: Nizza e Savoia. Alla cessione Vittorio Emanuele si è curvato con un sorriso, meravigliato della modestia imperiale. I suoi ministri ne redassero la cessione con la fraseologia del laccheismo italiano.
      La nazione voleva Roma. "O Roma o morte". Napoleone diceva di no. Roma sarà del sommo pontefice. E per quindici anni il potere temporale è rimasto sotto la sua protezione.
      Nel '61 l'imperatore non ha cambiato. È diventato più papista di prima. La diplomazia era a sua disposizione. Era lui stesso. Ha trovato un cambiamento di dicitura, ma ha lasciato Roma al papa. Jamais! La convenzione napoleonica era un rifiuto senza remissione. Non voleva che Roma divenisse capitale italiana. Si dichiarava pronto a ritirare le sue truppe due anni dopo la data della Convenzione per dar tempo al papa di prepararsi un esercito di cattolici e magari stranieri, di almeno diecimila uomini, ed esigeva con l'articolo primo che l'Italia si impegnasse e non attaccasse nè lasciasse attaccare il territorio del santo padre.
      Si capisce. Era la rinuncia al regno unito. Era l'impotenza italiana e il trionfo papale. La Convenzione era stata redatta e firmata da Napoleone III e da Vittorio Emanuele II.


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Il cinquantenario
Note per la ricostruzione della vita pubblica italiana
di Paolo Valera
Casa Editrice Sociale Milano
1945 pagine 97

   





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