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      Io non sono mazziniano. Non occorre esserlo per mettersi tra lui e i suoi denigratori. Tutta la sua vita, tutto il suo lavoro di penna, tutte le sue idee sparse col ventilabro per il mondo sono una protesta, una sollevazione contro l'imbrattatura o la verniciatura monarchica.
      C'è stato un momento in cui i suoi nemici lo dilaniavano e lo portavano in giro come una belva, nel covo repubblicano, come un'ambizione sfrenata, come un incendiario della tranquillità pubblica, come un ingegno macadamizzato, come un assoldatore di sicarii, un organizzatore di delitti, un lucifero di superbia, un vanitone che aveva proclamato l'esistenza di Dio, come Robespierre aveva proclamato l'Ente supremo.
      Lo si denunciava come un vile che mandava gli altri al macello, lo si chiamava codardo, gesuita, guastatore di rivoluzioni, settario presuntuoso e fumante d'orgoglio.
      Ma nessuno dei suoi turpi aggressori è stato più paltoniere di coloro che lo hanno adagiato nel letto costituzionale della monarchia sabauda. E che forse non è la stessa monarchia che lo ha condannato a morte, che lo ha circondato di spie, che non lo ha lasciato mai vivere nel suo paese, neppure nei giorni in cui era sofferente e ammalato? Io non scrivo nè la storia, nè la biografia del grande agitatore. Egli è una figura troppo complessa per riassumerla. Dai suoi inizii carbonareschi fino alla sua morte nel '72, egli è un personaggio in tutti i tempi tempestosi. Lo si vede in ogni pagina internazionale come un direttore dei movimenti insurrezionali.


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Il cinquantenario
Note per la ricostruzione della vita pubblica italiana
di Paolo Valera
Casa Editrice Sociale Milano
1945 pagine 97

   





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