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      Sarebbero stati squartati e appesi alle porte cittadine. Essi non sono mai stati uomini. Sono stati dei briganti.
      Un ras qualunque, come l'Aluea, li ha messi in fuga. A Dogali si sono lasciati trucidare. I nostri ufficiali erano buoni di tramutare o alterare i trattati con Menelik per suscitare una guerra, che avrebbe conquistato loro delle promozioni. Ma ad Abba Garima lo stato maggiore del quartiere generale non solo non si è valso degli apparecchi ottici o degli eliografi per le segnalazioni che avrebbero potuto comunicargli a 96 chilometri di distanza, il numero dei nemici, non solo si è contentato di essere senza informazioni, ma si è lasciato sorprendere come un mucchio d'imbecilli e come un corpo d'imbecilli si è precipitato di burrone in burrone, di valle in valle, per salvare la propria pelle. Erano i nipoti dei generali di Novara e di Custoza.
      Sua eccellenza il tenente generale Oreste Baratieri merita una pagina speciale. Perchè mentre si è lasciato aplaudire in Parlamento e si è lasciato portare in trionfo per le città italiane per delle supposte vittorie, come quella di Sanafè, egli ha poi dimostrato di non sapere neppure trovare il coraggio di morire come morivano i generali napoleonici nei momenti della disperazione e dell'impotenza.
      Da noi, con noi, contro di noi, sono eroi. Assumono tutti l'aria dei Napoleoni, dei Wellington e dei Moltke. Sembrano tutti reduci da Austerlitz, da Waterloo o da Sédan.
      Il generale Corsi ai tempi dei fasci ha paragonato la Sicilia a una mina preparata da secoli.


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Il cinquantenario
Note per la ricostruzione della vita pubblica italiana
di Paolo Valera
Casa Editrice Sociale Milano
1945 pagine 97

   





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