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      Me ne ero andato quindicenne, pieno di entusiasmo, di vita e di speranze, lasciandomi al dorso una famiglia numerosa. Vi rientravo vecchio, disilluso, perseguitato. Credevo di giungere in tempo ad abbracciare mio padre. Volevo abbracciare la mia buona Amalia e il caro Alceste. Il fratello era in prigione e io venni agguantato subito dalla polizia. Si dice che io sia stato denunciato da qualche spia. Può darsi. Non ne so niente. Il maresciallo dei carabinieri mi ha veduto scendere dal vagone e mi ha arrestato senza uno straccio di mandato. Circondato da un gruppo di gendarmi e di birri, venni rinchiuso in una carrozzella e condotto al trotto alla caserma della piazza della Rocca. Perquisito alla presenza di un delegato, dal sottoprefetto de Conti e dal luogotenente dei carabinieri Moretti, domandai loro di essere condotto al letto del padre morente. Non s'impietosirono. Il pretesto era l'ora tarda. Fui consegnato alla Rocca. Subii un'altra visita. Lo «sgherro» mi chiuse in un camerone alto, scuro, sporco, gelato come una ghiacciaia, con un pagliericcio e due pezzi di coperta che non bastavano a coprirmi. Rimasi al buio. Mezz'ora dopo rientrò a ispezionare accuratamente le inferriate, i muri, il pavimento, percuotendo un po’ dappertutto. Nell'aria umida, tutto assiderato, non potevo nè sedere, nè coricarmi, nè passeggiare. C'erano molti topi neri. Mi passavano sulle scarpe. Per liberarmene feci dei passi. Mi fu ingiunto di stare quieto. Chiesi una coperta: negata; uno sgabello, rifiutato.


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L'uomo più rosso d'Italia
di Paolo Valera
Arti grafiche Lampo Novara
1933 pagine 69

   





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