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      L'invidia specialmente, consumando se stessa, offende ancora l'avversario, e produce la jettatura degli occhi. Quindi fu l'uso antico che, se alcuno mangiava, dicea, come noi oggi diciamo, a chi guardasse: restate servito, prendete, acciò non me la jettate: ne me fascines.(72) Il Veronese Triumviro di Amore, dico Catullo, nell'Endecasillabo V a Lesbia, che incomincia Vivamus, parlando di moltitudine di baciozzi, conchiude:
     
      Dein quum millia multa fecerimus,
      Conturbabimus illa, ne sciamus,
      Aut ne quis malus invidere possit,
      Quum tantum sciat esse basiorum.
     
      Sulle quali parole i dotti notano: «Putabatur fascinatio iis rebus nocere non posse, quarum vel nomen, vel numerus ignoraretur». Ed il dotto Mureto aggiunge: «Nostrates quidem rustici poma in novellis arboribus crescentia numerare hodieque religioni habent». Quindi diceano gli antichi che chi è grande nelle sue cose soffra non so quale occulta invidia. Ecco quel che scrisse Quintiliano:(73) «Quod observatum fere est, celerius occidere festinatam maturitatem, et esse nescio quam, quae spes tantas decerpat, invidiam; ne videlicet ultra quam homini datum est, nostra provehantur».(74) E voleano gli antichi che, per timore della jettatura, non molto si lodasse, né si esponesse soverchio ciò ch'è grande, e bello. Marziale:(75)
     
      Immodicis brevis est aetas, et rara senectusQuicquid amas, cupias non placuisse nimis.
     
      Qui appartiene un bello epigramma greco di Platone, rapportato da Laerzio, e da Apuleio nell'Apologia, sulla bellezza di Alessi, acciò non troppo si fosse mostrata; sull'esempio di Fedro, che perciò ne morí. Gli Ateniesi erano infallibilmente jettatori tremendi: perciocché Eliano(76) parlando della satira di Aristofane contra Socrate, scrisse: «Athenaioi Baskaìnein àristois proairòmenoi (Athenienses ad invidendum optimis proclives)».


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Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura
di Nicola Valletta
pagine 88

   





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