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      Se in base alla semplice lettura di questa poesia d'amore io osassi affermare che essa aveva nel pensiero del Boccaccio un significato recondito e sublime e diversissimo da quello letterale, sarei deriso e trattato da pazzo. Mi par di sentire i critici «positivi» che griderebbero: «Ma che cosa ci può essere di recondito? Questa è semplicemente una donna che rimpiange il suo primo amore e si lamenta del suo amante presente. Ecco (conosco il loro stile!) le aberrazioni di questi fantasticatori, che farneticano cercando i simboli! Che cosa vi fa supporre in questa poesia questo secondo significato profondo?». Adagio un poco signori! Il Boccaccio fa seguire questa canzone dal seguente commento:
      «Qui fece fine Lauretta alla sua canzone, nella quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa: et ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di più sublime e migliore e più vero intelletto del quale al presente recitare non accade».
      Ecco dunque, signori critici «positivi», che in questa canzone, in apparenza così semplice e chiara, non solo vi è un significato più vero, ma esso è anche più sublime e il poeta non lo vuole dire e si contenta di beffare ferocemente la «gente grossa» che non lo vede. Non è necessario aggiungere ai suoi scherni anche i nostri.
      E di queste poesie, che a prima vista sembrano indiscutibilmente poesie d'amore semplicissime e che poi sono indiscutibilmente poesie mistiche o filosofiche, potrei citarne innumerevoli.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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