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      Ma i precedenti tra i quali bisogna ricercare la genesi del movimento dei «Fedeli d'amore» non sono questi soli. Il Medioevo aveva due correnti di tradizioni, delle quali bisogna tener conto per intendere questa poesia: l'una è quella che raffigurava la Sapienza come donna e con parole dell'amore terreno parlava dell'amore per questa Sapienza; l'altra è quella che usava una terminologia traslata, con la quale chi non voleva far conoscere i suoi pensieri al volgo dispregiato o all'autorità vigilante poteva comunicare a un gruppo di iniziati i propri pensieri.
      Già si deve ammettere e riconoscere che colui che scrisse il Cantico dei Cantici aveva dinanzi a sé un gruppo di persone che intendevano le sue parole e una grande massa di gente che non le intendeva e non doveva intenderle. La grande democratizzazione compiuta dal Cattolicismo che, dopo le incertezze dei primi secoli, squarciò il velario che divideva il popolo dagli iniziati della fede e portò i misteri, tutti i misteri, perfino quello della Trinità e dell'Incarnazione e della Redenzione, a contatto col volgo (imponendoli a esso invece di nasconderglieli o di presentarli ai non iniziati sotto simboli, come faceva nei suoi misteri l'antichità), ci ha fatto perdere in gran parte il senso di questa divisione che facevano quasi sempre i sapienti e specialmente i mistici antichi tra il volgo che non doveva intendere tutto e gli adepti che conoscevano la chiave dei misteri.
      Anche i filosofi sdegnavano d'altra parte di dire le cose in modo chiaro al volgo.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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