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      Poi non mi punge più d'amor l'orticache sembra dolce ogni tormento amaro,
      anzi ne son lontano più che dal caro(389)
      suo vil poder non prezzo una mollica.
      E quella sconoscente mia nemicach'ad ogni larghezza ben colmo 'l staro
      a cui non piace lo fallir di rarocon tanto senno sua vita nutrica.
      E già nell'operar non s'afatica,
      cotanto pare dilettoso et chiarociò che la disonesta quella antica(390).
      Amico io t'aggio letto la robricaprovedi al negro che ciascun tuo paro
      a lei ed a amor fatto ha la fica.(391)
      Onesto Bolognese scrive ancora a Cino d'essere uscito dalla setta che l'ha ingannato e di essere quindi «morto». A questo è stato portato dalla malvagità della setta stessa ed eccita Cino da Pistoia ad abbandonare egli pure la setta.
      Quella che in cor l'amorosa radicemi piantò nel primier che mal la vidi,
      cioè la dispietata ingannatrice,
      a morir m'ha condotto; e stu nol cridi,
      mira gli occhi miei morti in la cervice,
      e del cor odi gli angosciosi stridi,
      e dell'altro mio corpo ogni pendice,
      che par ciascuna che la morte gridi.
      A tal m'ha giunto mia donna crudelech'entro tal dolor sento in ogni parte;
      . . . . . . . . . . . . . . . .
      Che 'l mio dolzor con l'amaror del feleaggio ben visto, Amor, com' si comparte.
      Ben ti consiglio, di lui servir guarte.(392)
      Cino da Pistoia, eccitato da Messer Onesto col precedente sonetto ad abbandonare la setta, gli risponde che prima di diventare «Fedele d'Amore» bisogna seriamente pensarci, che non si deve le-gare ad Amore (alla setta) chi nei momenti gravi (quando si grida: «Ancidi, Ancidi»!) piange o ride, cioè si avvilisce o se la ride.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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