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      Ecco le sue obiezioni.
      La pretesa assenza dell'amore. Egli scrive: «Come ammettere che la sorgente della nostra più alta poesia sia scaturita da un'idea settaria e che l'amore, sentimento universale e profondo come nessun altro, non sia stato che un pretesto sotto il quale si celasse il culto per i confratelli di setta e per un concetto astratto?»
      Rispondo. Anzitutto è inesatto che questa sia «la nostra più alta poesia». L'espressione è evidentemente gonfiata per opportunità polemica. La lirica dei «Fedeli d'Amore», nata in gran parte da imitazione straniera, per molti e molti decenni ha creato un'enorme quantità di poesie brutte, sforzate, gelide, convenzionali, tra le quali qua e là qualcuna emerge con bell'armonia, senso chiaro e plausibile, e qualche rara volta con sentimento commosso. La nostra più alta poesia viene più tardi, con la Divina Commedia e, proprio a farlo apposta, nella Divina Commedia non vi è il minimo dubbio che la donna amata non sia un'idea. Si tratta di sapere se, essendo certamente un'idea nella Divina Commedia, che è la nostra più alta poesia, non fosse già per avventura un'idea anche prima, e cioè tra gli artifici cabalistici della Vita Nuova, tra i versi filosofici del Guinizelli, scritti confessatamente in modo oscuro perché «cio ch'uom pensa non dee dire», tra i labirinti erotico-filosofici di Guido Cavalcanti al quale l'amore prendeva «loco e dimoranza nell'intelletto possibile», come fa proprio l'intelligenza attiva (Sapienza) e come non ha mai fatto la donna.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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