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      La pretesa «viltà» dello scrivere in gergo. A proposito della scoperta che noi facciamo di pensieri mistici vivi e significanti al posto dei pensieri d'amore quasi sempre freddi o insulsi, scrive il Vicinelli: «Parliamoci chiaro, mette conto di sostituire alla taccia di sciocchi quella di vili... e d'ingenuamente vili? Cavalcanti, fierissimo carattere quale ci è mostrato dalla cronaca di Dino, Dante che si sa almeno dal poema quale fosse; ve l'immaginate tutti intenti a coprire le loro idee con un gergo occulto quando in realtà le stesse cose Dante, che il Valli ci tiene a conservare nonostante tutto cattolico, ce le ha dette chiare nella Commedia e si fa un dovere di dirle chiare?»
      L'obiezione si riduce a un complesso di presupposti assai inconsistenti e convenzionali e di gravi alterazioni della mia tesi. Presupposto inconsistente e convenzionale quello secondo il quale chi usa in qualunque tempo un gergo segreto debba essere vile. Il Vicinelli per comodo di polemica ha dato dei vili niente di meno che a tutti i Carbonari d'Italia che, come sanno anche i ragazzi delle elementari, usavano un gergo ed erano spessissimo degli eroi! Se n'è accorto? Credo di no, perché ne avrebbe arrossito! Ha dato dei vili a tutti i mistici persiani che per secoli hanno fatto (cosa che troppi letterati italiani pare ignorino completamente) lo stessissimo gioco dei «Fedeli d'Amore»! Quando si discute un fatto è un ben povero artificio polemico venir fuori con un giudizio di tal genere, che tende a spostare e falsare tutto il problema; ma qui il problema si falsa col presupposto accattato e assurdo che anche sotto le tirannie che distruggevano le idee, in un tempo come quello che corre proprio fra la strage degli Albigesi e quella dei Templari, chiunque avesse idee da esprimere che attaccavano la legittimità dell'insegnamento presente della Chiesa dovesse per forza gridarle in piazza o scriverle chiaramente.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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