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      Ci sono state lotte feroci nell'interno di tante sette, ma non sempre i dissidenti hanno consegnato alle autorità le liste degli adepti. E tanto meno avrebbero potuto farlo di fronte alla Chiesa, che anche ai pentiti dava penitenze assai dure e alla quale per denunciare gli altri avrebbero dovuto denunciare anche se stessi. Si veda per la sostanza dell'obiezione quanto ho risposto al Tonelli.
      La pretesa ingenuità dei «Fedeli d'Amore». Altra obiezione. Sarebbero stati ingenui questi settari che ogni tanto avvertono del senso profondo delle loro poesie: avrebbero richiamato l'attenzione degl'inquisitori. Nient'affatto ingenui; anzi tutt'altro. I «Fedeli d'Amore» ostentavano la profondità filosofica della loro poesia, dicevano chiaramente che la plebe non poteva capire e proprio con la scusa di nascondersi alla plebe si nascondevano anche all'Inquisizione. L'accenno alla profondità della poesia che molte volte si trova nei commiati era utile perché la poesia dei «Fedeli d'Amore» che andava in giro molto spesso anonima per il mondo fermasse l'attenzione degli altri «Fedeli d'Amore» e non fosse confusa con le cantate veramente erotiche di quelli che rimavano «non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono» come si esprime Dante. Ché quando un estraneo qualunque avesse domandato a un «Fedele d'Amore» qual era il senso profondo delle loro poesie, il «Fedele d'Amore» o gli avrebbe risposto che la «gente grossa» non doveva capire o gli avrebbe presentato uno qualunque di quegli artificiosissimi simbolismi di scarto dei quali per esempio Dante fa larghissimo uso nella Vita Nuova e nel Convivio, come ne fa larghissimo uso il Boccaccio.


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Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore
di Luigi Valli
pagine 879

   





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